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  • Immagine del redattoreFederica Scaturin

LA FESTA DELLE CALENDE DI FEBBRAIO: LA FESTA DELLA RINASCITA

Mentre galoppano i destrieri della neve e la notte sembra senza fine, nel chiuso delle capanne a bassa voce si preghi perché Brigid dai tre volti benevola rinnovi nel suo grembo traccia di luce. E quella moltiplicata tante volte risvegli fuoco nel cuore della terra così che l’erba annerita dal ghiaccio superi la prova dell’inverno e si rinnovi ai piedi degli agnelli – poi ridestati gli alberi dormienti tornino ai brusii nella foresta. E usciranno gli uomini dal chiuso per intonare canti di vittoria -liberate dal freddo le membra, il buio annientato dall’azzurro.

(Fryda Rota)





E' la festa dedicata alla dea Brigid, conosciuta in Britannia con il nome di Brigantia (in italiano Briganzia) la triplice dea del fuoco, sopravvissuta nei panni di Santa Brigida.


E' la festa di Fine Inverno, dedicata a rituali di purificazione dei campi e della casa, era celebrata dagli antichi Celti alle Calende di Febbraio, nominata IMBOLC - AMBIVOLCIOS.


Imbolc è una festa antichissima che veniva celebrata a metà tra il Solstizio d'Inverno e l'Equinozio della Primavera ed è la prima festa della Primavera, quando spuntano i primi bucaneve e i crochi ed inizia a manifestarsi il rinnovamento della Natura. A Imbolc la vita riprende timidamente a rifiorire, sono gli agnelli nuovi nati (la prima luna piena di Febbraio) a stimolare la produzione di latte, sono i primi bulbi a spuntare dalla terra semi-ghiacciata.

Per i contadini è il mese del riposo dal lavoro nei campi, dedicato alle attività "ricreative" come la riparazione o costruzione di attrezzi e attrezzature, e in particolare la costruzione di cesti o i lavoretti d'intaglio del legno.

Febbraio era un mese critico perché l'orto era povero, si riusciva a trovare poco o niente e l'unica frutta disponibile a nutrimento era quella conservata dall'autunno: mele, pere, castagne, noci e nocciole e le aspre nespole.

E perciò latte, farina e uova costituivano la fonte primaria dell'alimentazione invernale.


Imbolc, Oimelc o Imbolg è un termine dall'origine incerta.


Imbolc potrebbe derivare da Imb-folc, cioè “grande pioggia’ e in molte località dei paesi celtici questa data è chiamata anche “Festa della Pioggia” (sia perché segna l'inizio della "stagione delle piogge" sia la lustrazione ritualmente praticata per liberarsi dalle impurità invernali).


Oimelc significa “nel latte” (essendo questo il periodo nascita dei nuovi agnelli ) mentre Imbolg ovvero ‘nel sacco” simbolizza il grembo della Madre Terra, che tutto raccoglie. In particolare sembra che il termine richiami l'attività che i duri semi si apprestano a svolgere: si aprono e si accingono a germinare sotto la terra per poi spuntare con tutto il loro vigore appena arriveranno le prime piogge.


Ambivolcios infine è un termine latino-gallico che significa "attorno al lavatoio" è si riferisce all'antica cerimonia di purificazione mediante lavaggio o aspersione d'acqua (simbolicamente richiama l'atto della benedizione).


Anche per gli antichi romani, febbraio era il mese preparatorio all'avvento della primavera, dedicato ai riti della purificazione dei campi e degli armenti e anche le case erano soggette a pulizie particolari.


La festa di Imbolc prevedeva numerosi riti agro-pastorali che accompagnavano il risveglio della natura e si proponevano di scacciare il gelo invernale, con l'accensione di grandi falò e l'assunzione di cibi sacri.

Così, per agevolare il ritorno della fertilità dei campi, ritualmente si versava il latte sulla terra in offerta a Brigid e ci si nutriva di latte, diventato formaggio (unito a farina, uova e miele, riproponeva ingredienti "magici/vivificanti", perché associati simbolicamente al sole) e infine si preparava il burro, l'essenza del principio della fertilità (la zangolatura del burro simbolizzava l'atto della copulazione).


Un tempo era fondamentale al nutrimento della comunità e alla sua prosperità riuscire a prevedere con precisione l'arrivo della primavera, per sapere quando iniziare le semine.


Un noto proverbio così recita:

"Candelora dell'inverno semo fora, ma se piove e tira vento, dell'inverno semo drento".

Così se il 2 febbraio il tempo è brutto lo resterà per almeno un altro mese.


La festa della Candelora (dal tardo latino "candelorum" / "candelaram", benedizione delle candele) era celebrata nella Chiesa Romana proprio il 2 di febbraio, in ricordo della presentazione di Gesù al tempio e della purificazione rituale di Maria (per gli ebrei, dopo il parto di un maschio, la madre era considerata impura per un periodo di 40 giorni).

La festa (avendo la Chiesa Romana stabilito la nascita di Gesù al 25 dicembre) finì per coincidere a Roma inoltre con il mese dedicato alla dea pagana Iunio Februata (ovvero Giunone purificata).


Durante la festa della Candelora, il rituale prevedeva per l'appunto di portare candele e torce accese in solenne processione, e successivamente (come atto sacro) si aggiunse anche la benedizione delle candele stesse, che sarebbero state successivamente poste negli altari delle chiese e distribuite ai fedeli.

Infatti i ceri benedetti venivano distribuiti durante la benedizione pasquale delle case dei fedeli (rito che veniva poi ricambiato con l'offerta di uova) e sarebbero poi stati accesi per invocare la benevolenza divina, se necessaria, in riferimento a particolari eventi quali ad esempio: durante violenti temporali, oppure nell'attesa che una persona scomparsa ritornasse o per scongiurare un grave pericolo, oppure venivano accesi accanto ad un moribondo, o durante le epidemie e i parti particolarmente difficili.


Comunque sia, fino a quando la cerimonia non veniva celebrata, la donna era sempre considerata impura e non poteva fare il pane e nemmeno servire il cibo.


Una volta purificata poteva fare e accendere candele, fare il sapone, piantare bulbi, preparare da sola il burro, lo yogurt o il formaggio fresco.

Attività prediletta diventava cucinare il pane dandogli la forma di treccia, o meglio ancora pancakes o le crepes ( in Bretagna sono cibo tradizionale della Candelora, e nella Francia del nord occidentale vengono preparate le note gallette, fatte con la farina di grano saraceno).

In Piemonte sono cibo tradizionale le cialde (cibo molto simile alle varianti bretoni) chiamate in modi diversi: "miacce" nella Valsesia, "amiasc" nella Valle Vighezzo o "miassa" nel Canavesano. Più spesso queste "cialde" vengono farcite con ripieni salati, ma non mancano le varianti dolci.

Ulteriori varianti, fin dal Medioevo dei paesi germanici e scandinavi, sono i gaufre detti anche waffle, preparati appositamente per la festa della Candelora e del Martedì Grasso. Rispuntano successivamente con il nome di gòfri o gòffre in Alta Val Chisone e in Alta Val Susa, anche in versione salata.

Il caratteristico disegno a grata che vi resta impresso deve la sua forma alla piastra di ghisa, che un tempo ogni famiglia possedeva proprio per cuocere sulla stufa a legna queste cialde, squisitamente croccanti all’esterno e morbide all’interno, servite in superficie con abbondante miele colato.



 

LE MIACCE DI SAN BIAGIO



Stinchett”, “Runditt” e “Amiasc” sono i vari nomi con cui vengono chiamate nelle vallate ossolane le tipiche cialde di pane azzimo i cui ingredienti , a seconda della ricetta locale, consistono in: farina di grano, grano saraceno oppure mais e acqua.

Importante e necessaria è l'esecuzione secondo la procedura originale e cioè fare l'impasto il giorno prima e cuocerlo l'indomani su dei ferri arroventati (chiamati in base alle località "testi", "cocci", etc.) o su pietra ollare (tipica in questo caso delle valli ossolane).

La sottile sfoglia così cotta viene imburrata per bene (preferibilmente con burro di malga), viene salata e piegata in quattro per essere mangiata direttamente con le mani.

Infine il nome di Miasse cioè "meligacce" descrive precisamente la cialda di farina di granturco (la meliga, ovvero mais), che ricorda le croste di polenta che si staccano dal paiolo dopo la sua cottura.


Categoria :

Sociologia del Cibo e del Nutrirsi

- a cura di Federica Scaturin -


Naturopata Certificata a Livello Europeo (XPERT -NAT/19/3591)

Naturopata Professional - Professionista SIAF n° VE117P-NA-


Docente e Consulente Olistico

in Educazione Alimentare Naturale e Nutrizione Energetica


Educatore Alimentare per il Fitness


Disciplinata ai sensi della legge 4/2013

 

FONTI

Il Cristianesimo celtico e le sue sopravvivenze popolari, Jean Markale http://ontanomagico.altervista.org/imbolc.htm

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